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giovedì 5 maggio 2011

Ring Road, sei mesi con gli Alpini in Afghanistan Mostra a Torino dal 6 maggio 2011

Ring Road, sei mesi con gli Alpini in Afghanistan

In occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, la Sezione A.N.A. di Torino in collaborazione con il Museo Regionale di Scienze Naturali, apre al pubblico la mostra fotografica “Missione Alpino” composta di tre diversi percorsi espositivi. L’inaugurazione venerdì 6 maggio 2011, giorno dell’apertura ufficiale dell’84° Adunata Nazionale degli Alpini.
Una sezione sarà dedicata al lavoro degli Alpini della Brigata Taurinese in Afghanistan. L'obiettivo della reporter torinese Valentina Bosio ha seguito i militari durante il loro soggiorno a Herat. Il Ring Road , l'anello stradale che collega tutte le città afghane fa da sfondo alle immagini che descrivono l'asprezza e al tempo stesso la bellezza del territorio e della sua gente
(immagini di Valentina Bosio)

Fonte: repubblica.it

tutorial photoshop - Filtro fluidifica

Uno strumento spesso abusato, questo tutorial vi spiegherà come sfruttarlo al meglio!

mercoledì 4 maggio 2011

Gianni Ansaldi

Gianni Ansaldi (Genova, 1959) è un attore e fotografo italiano, fondatore del movimento artistico del Posativismo Dialettico e, insieme al pittore Gian Marco Crovetto, del "Popexpress".


Carriera

Nel 2000 pubblica con Giampiero Orselli "Le parole di Giampiero Orselli per le fotografie di Gianni Ansaldi", editore Liberodiscrivere.

Nel 2006 il volume di ritratti "Facce così", la Lontra editore.

Nel 2009 il volume "Volti e Risvolti", con le interviste di Giuliano Galletta, Sagep editore.

Sempre nel 2009 pubblica insieme a Patrizia Traverso "La Genova di Bacci Pagano" con i testi di Bruno Morchio, Il Melangolo editore.

Ha esposto, tra l'altro, a Genova, per la Provincia, a Milano nella galleria Blanchaert, a Genova nella Galleria San Lorenzo al Ducale, nella libreria Feltrinelli. Nel 2008 il Comune di Genova gli ha inaugurato una mostra di ritratti al Museo di Palazzo Rosso. Suoi ritratti sono stati pubblicati da importanti quotidiani (tra cui "Il Sole 24 ore") e utilizzati come copertine di libri.

Nel 2010 porta a Melboune la mostra "La Genova di Bacci Pagano" insieme alla fotografa co-autrice del libro Patrizia Traverso. La mostra era già stata esposta a Genova a Palazzo Rosso dal Novembre 2009.

Collabora come fotografo ritrattista con il quotidiano "Il Secolo XIX".

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Cristiano De André

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Uto Ughi

Tiziano Terzani Clic! 30 anni d’Asia. La mostra” Roma fino al 29 maggio 2011

In concomitanza con l’uscita del film La fine è il mio inizio, con Elio Germano e Bruno Ganz, la pellicola ispirata ai libri ed alle esperienza di vita di Tiziano Terzani, a Roma è stata inaugurata una mostra fotografica che raccoglie scatti del giornalista e scrittore scomparso.

La mostra, che si inaugura a Palazzo Incontro a Roma il prossimo 23 marzo, si intitola “Tiziano Terzani Clic! 30 anni d’Asia. La mostra” ed offre al visitatore un percorso composta da un centinaio di foto che sono anche una chiave d’accesso a “un altro mondo”, un mondo che era rimasto antico e misterioso. In bianco e nero. Un percorso attraverso i Paesi dell’Asia dove Terzani ha vissuto e viaggiato. Il Vietnam, la Cina di una volta, le Filippine, il Giappone, l’India. Il percorso seguito da Terzani corrisponde anche al percorso dello sviluppo delle sue idee e del suo modo d’essere.

L’esposizione, curata dal figlio, Folco Terzani, si chiude il prossimo 29 maggio 2011 ed è promossa dalla Provincia di Roma-Progetto ABC, organizzata da Civita in collaborazione con Fandango. Il catalogo della mostra è pubblicato da Fandango Libri.

Fonte: fotonote

martedì 3 maggio 2011

Photo Model Day - Concorso "Scatti nella giornata e vinci una stampante Epson" - 12 Giugno 2011 - Castellanza (VA)

Photo Model Day
Scatti nella giornata e vinci una stampante Epson

12 Giugno 2011

Villa Pomini - via Don Luigi Testori, 14 - Castellanza (VA)

Nell'ambito del II° Festival Fotografico Europeo
A.F.I ed Epson organizzano il concorso "Scatti nella giornata e vinci una stampante Epson".

* Dalle ore 11.00 alle 13.00 scatti a due modelle professioniste nel parco della Villa Pomini.
* Alle 14.30 scegli la foto che ritieni migliore e la stampi sul posto con le stampanti messe a disposizizone da Epson
* La consegna agli incaricati entro le 15.30
* Alle ore 17.00 si riusnisce la giuria
* Alle ore 18.00 sarà proclamato il vincitore che riceverà come premio una stampante professionale offerta da Epson. Altri due autori segnalati riceveranno materiale e pubblicazioni

In oltre, se scatti belle immagini, le potrai stampare nei punti Epson, durante l'intera giornata, arricchendo il tuo book personale.

L'iniziativa è completamente gratuita a tutti.

Per informazioni: info@archiviofotografico.org

Chernobyl 25 anni dopo

Proprio in questi giorni c'è statyo l'anniversario del disastro di Chernobyl.
Big Picture ha raccolto immagini di ieri e di oggi, pre non dimenticare, anche visto i recenti disastri nipponici.

La storia
Černobyl (Чорнобиль, Čornobyl, in lingua ucraina, Чернобыль, Černobyl', in russo) è il nome di una città dell'Ucraina settentrionale, situata circa 100 km a Nord di Kiev.

Attualmente quasi disabitato, è stato un importante centro industriale e commerciale in particolare nel XIX secolo. Il nome della città deriva da una combinazione tra chornyi (чoрний, "nero") e byllia (билля, "steli d’erba" o "gambi"); il suo significato letterale sarebbe, quindi, "stelo d’erba nero"; la ragione di questo nome non è ben nota ed esistono varie ipotesi, una di queste ne afferma la derivazione dalla parola ucraina che definisce la pianta Artemisia vulgaris.

La città è principalmente nota per aver legato il suo nome ad un grave incidente nucleare che ebbe enorme impatto geografico e storico, benché la famosa centrale nucleare non si trovi qui, ma nei pressi della città di Pripjat', totalmente evacuata dopo l'esplosione. La città di Černobyl', nonostante si trovi a solo 30 km dalla centrale, è stata relativamente poco colpita dagli effetti delle radiazioni, che si sono diffusi velocemente verso nord, in Bielorussia (Voblasc' di Homiel'), mentre a sud gli effetti sono stati relativamente marginali. A causa del livello di radioattività non altissimo, sceso a valori tra 100 e 1000 volte inferiori ai dati registrati inizialmente gli operai, attualmente ancora impiegati per il risanamento della centrale, ed alcuni civili vivono ancora in città.


La catastrofe ambientale
Il nome di Černobyl divenne famoso in tutto il mondo dopo il 26 aprile del 1986 quando, in seguito a gravi errori del personale, irresponsabilità dei dirigenti ed errori di progettazione, durante l'esecuzione di un test nella locale centrale elettronucleare, nel corso di una simulazione di guasto al sistema di raffreddamento, le barre di uranio del nocciolo del reattore nucleare si surriscaldarono per davvero fino alla fusione del nocciolo del reattore n° 4, con due conseguenti esplosioni (non nucleari ma con effetto 100 volte superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki, se messe assieme in termini di contaminazione ambientale), che fecero scoperchiare la copertura e disperdere nell'atmosfera grandi quantità di vapore contenente particelle radioattive.

Si levò una nube radioattiva, che il vento portò in tutta Europa e che raggiunse il Mediterraneo nei successivi 14 giorni. La pioggia contribuì poi a riportare a terra le particelle radioattive, che possono essere rilevate ancora oggi con un contatore Geiger a circa 10 centimetri sotto la superficie. Per due settimane, operai ed elicotteristi dell'aviazione russa ricoprirono il nocciolo fuso dall'alto, con sabbia a base di boro, silicati, dolomia e piombo, finché l'emissione di vapore radioattivo cessò sabato 10 maggio 1986.

36 ore dopo l'incidente iniziò l'evacuazione dell'area di Černobyl dalla popolazione residente. Le conseguenze sulla popolazione locale furono molto forti nelle prime fasi dell'incidente e durano ancora malgrado i decenni trascorsi.

Circa 350.000 persone furono evacuate dalla città e dalle zone adiacenti. Nonostante le radiazioni emesse durante quella catastrofe, la città, con 800 anni di vita, riuscì a sopravvivere, anche se mutilata. Vi risiedono ancora operai governativi, impegnati nella rimozione delle scorie nucleari. Circa 700 persone, per lo più anziani, hanno scelto di tornare alle loro case, incuranti del pericolo.

Nell'ottobre del 1988 si parlò di radere al suolo una parte della città a causa del forte inquinamento radioattivo, soluzione in seguito abbandonata per l'enorme quantitativo di particelle radioattive che si sarebbero sollevate assieme alle macerie degli edifici demoliti.

Il reattore distrutto fu ricoperto da una struttura di contenimento, chiamata sarcofago, e la centrale di Černobyl è stata mantenuta in funzione a regime parziale e ha continuato a fornire energia elettrica alla città di Kiev fino all'anno 2000, quando l'ultimo reattore in esercizio è stato spento.



Graffiti adorns a wall April 4 in the ghost city of Pripyat near the fourth nuclear reactor (background) at the former Chernobyl Nuclear power plant, site of the world's worst nuclear disaster. (Sergei Supinsky/AFP/Getty Images)

The Chernobyl nuclear power plant sits crippled two to three days after the explosion in Chernobyl, Ukraine in April, 1986. In front of the chimney is the destroyed 4th reactor. (AP) #

A helicopter sprays a decontaminate over the region surrounding the Chernobyl nuclear power station on June 13, 1986. (Reuters/Itar-Tass) #

An engineer working at the Chernobyl plant is checked by doctors of the sanatorium of Lesnaya Polyana on May 15, 1986, a few days after the No. 4 reactor's blast. (Stf/AFP/Getty Images) #

People hold a rally to protest against a Ukrainian initiative to cut social benefits for "liquidators", emergency workers who fought the blaze at the Chernobyl nuclear reactor, near the government's headquarters in Kiev on March 16. (Gleb Garanich/Reuters) #

A child wears a mask in a hospital for leukemia patients in Donetsk, Ukraine on March 23. The blasts at the Soviet-era plant created a cloud of radioactive dust that drifted over a large swathe of Europe and still haunts millions of people in Ukraine and its neighbors. (Alexander Khudoteply/AFP/Getty Images) #

A Ferris wheel sits abandoned in the deserted town of Pripyat, less than two miles from the Chernobyl nuclear power plant. (Sergey Ponomarev/AP) #

A gas mask and children's toys gather dust in a kindergarten in the ghost city of Pripyat on April 4. (Sergei Supinsky/AFP/Getty Images) #

Beds sit in disarray in a kindergarten in the ghost city of Pripyat on April 4. (Sergei Supinsky/AFP/Getty Images) #

A man visits his ruined house in the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor in the abandoned village of Lomysh, Belarus on March 18. (Vasily Fedosenko/Reuters) #

Seventy-two year old Natalia Makeenko (left) hugs eighty-two year old Galina Shcyuka in the abandoned village of Savichi on April 21, close to the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor. (Viktor Drachev/AFP/Getty Images) #

Villagers dine in memory of Maria Borisenko, 76, at a cemetery in the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor in the abandoned village of Lomysh on March 18. Borisenko had been evacuated many years ago after the Chernobyl blast, but after her death was carried back to her homeland for burial. (Vasily Fedosenko/Reuters) #

Lida Masanovitz, 74, a former nurse, was born and raised in the now-abandoned ghost town of Redkovka, Ukraine. She is now a pensioner earning 1,000 grivnia ($125) and gets no additional government support, despite living in a radition zone. (Diana Markosian/Redux Images) #

Lida Masanovitz plants onions and radishes in a field in the ghost town village of Redkokva, Ukraine. After the Chernobyl accident in 1986, villagers were asked not to eat home grown food in risk of radiation. (Diana Markosian/Redux Images) #

Lida Masanovitz stands beside her husband, MIkhail Masanovitz, 73, as she speaks to her daughter on the phone. After the Chernobyl accident on April 26, 1986, Masanovitz's daughter was hospitalized and treated for thyroid issues. An estimated 7 million people in the former Soviet republics of Belarus, Russia and Ukraine suffered from radiation-linked ailments, including thyroid and circulation problems after the accident. (Diana Markosian/Redux Images) #

Lida Masanovitz sleeps beside her husband MIkhail Masanovitz in their home. The two met in the now ghost village of Redkovka, Ukraine 50 years ago. (Diana Markosian/Redux Images) #

A Belarussian villager pushes a trolley in the village of Tulgovichi, near the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor on February 22. Today, the Belarus border region from which the locals were evacuated in 1986 is a weird, overgrown wilderness - teeming with wildlife but virtually devoid of people, its shops and homes fast disappearing under a tangle of foliage. The village of Tulgovichi, which once had about 1,000 inhabitants, is still home to a handful of pensioners who have stubbornly resisted moves to get them to leave. (Vasily Fedosenko/Reuters) #

A hunter chases a fox just outside the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor near the village of Novosiolki, Belarus on January 11, 2009. Despite radiation levels, wildlife in and around the exclusion zone has been teeming since people left the area after the 1986 nuclear disaster. Wolves, foxes and racoon dogs can be hunted all year around. (Vasily Fedosenko/Reuters) #

A worker feeds bison at the state radiation ecology reserve in the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor near the village of Babchin, Belarus on February 21. (Vasily Fedosenko/Reuters) #

A deer stands in the state radiation ecology reserve in the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor near the village of Babchin, Belarus on March 18. Still inhospitable to humans, the Chernobyl exclusion zone - a contaminated 19-mile radius around the site of the nuclear reactor explosion - is now a nature reserve and teems with different wild animals. (Vasily Fedosenko/Reuters) #

A woman is screened for thyroid cancer by doctors from the Red Cross in the village of Ukrainka, Ukraine on April 19. (Gleb Garanich/Reuters) #

A cancer patient leans against the window of a special treatment chamber in a hospital in Donetsk, Ukraine on April 25, 2006. (Alexander Khudotioply/Reuters) #

Viktor and Lydia Gaidak in their apartment in the Desnyanskiy district at the outskirts of Kyiv, Ukraine on April 27, 2007. Viktor Gaidak worked for 24 years as an engineer at the Chernobyl plant, including nine years after the 1986 accident. In 2004 he had surgery for colon cancer. (Michael Forster Rothbart) #

Olya Podoprigora, 13, and 18-month-old Parvana Sulemanova, recover in the ICU one day after open-heart surgeries in Kharkiv, Ukraine. Both girls had congenital heart defects, and every year, 6,000 children in Ukraine are born with genetic heart disease. Radiation is suspected as the cause, but is not proven. (Michael Forster Rothbart) #

Ornithologist Igor Chizhebskiy holds a nestful of newly hatched chicks on a wooded hilltop above the Chernobyl cooling pond. His research compares birth and survival rates of birds born in highly radioactive sites to those in less contaminated areas within the Zone. Surveys of birds, insects, and spiders by Igor and his colleagues indicate that many species are either absent or exist in very low numbers in the Chernobyl region. The diminished bird populations could be caused by radiation directly or may be due to a decrease in food sources such as insects. (Michael Forster Rothbart) #

Late on a long winter's night, Nina Dubrovskaya and her friend Lena Priyenko walk home to their village Sukachi, Ukraine, from the nearby town of Ivankiv, 2 miles away. The two women, both divorcees, went out to the bars in Ivankiv in search of company, but found all 4 bars they visited nearly empty. "When the money gets short, people just get drunk at home," says Dubrovskaya. Sukachi is a village of 1,200. Half the people of Sukachi are Chernobyl evacuees, relocated here from the abandoned village of Ladizhichi. (Michael Forster Rothbart) #

In Slavutych, Ukraine, a memorial hall in the city museum is dedicated to the Chernobyl accident, with photographs of the men and women who died immediately following the explosion. Former Chernobyl plant worker Sergii Kasyanchuk manages the Chernobyl Information Center museum now that his health no longer allows him to enter the Chernobyl Exclusion Zone. More than half the families in Slavutych have a member who still works at the plant, and everyone knows colleagues who became ill or died due to the Chernobyl accident. (Michael Forster Rothbart) #

Teenage dancers wait backstage for their turn to perform during a Slavutych, Ukraine city concert. Slavutych is the new city built after the accident to house evacuated Chernobyl personnel. The Chernobyl plant once funded many programs in the city. Now the city struggles with decreased resources due to layoffs at the Chernobyl plant. (Michael Forster Rothbart) #

“Mostly, people do not get sick because of radiation. They get sick because they believe they are victims,” says Sergii Mirnyi, a "liquidator" - a Chernobyl emergency worker. Mirnyi rolls in the snow after a sauna in Chernigiv, in February 2009. In 1986, during decontamination efforts, Sergii served as commander of a radiation reconnaissance platoon working directly around the Chernobyl nuclear power plant. An eternal optimist, he now hopes to produce a comedy feature film about the lives of soldiers cleaning up after Chernobyl. Six million people still live in the entire contaminated region, an area of Ukraine, Belarus and Russia covering 56,700 square miles, about 1.2 times the size of New York state. #

A geiger counter shows a reading of the radiation levels in the air by the 4th power block of Chernobyl's nuclear power plant, covered with a "sarcophagus" as it lies derelict on March 31. (Sergei Supinsky/AFP/Getty Images) #

Vehicles contaminated by radioactivity lay dormant on November 10, 2000 near the Chernobyl nuclear power plant. Some 1,350 Soviet military helicopters, buses, bulldozers, tankers, transporters, fire engines and ambulances were used while fighting the nuclear accident. All were irradiated during the clean-up operation. (Efrem Lukatsky/AP) #

Employees of the Polessky State Radiation Ecological Reserve wear facemasks on April 20 as they plant trees on contaminated land near the abandoned village of Bogushi, Belarus, inside the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor, to form a natural windbreak to stop radioactive particles from blowing away. One-fifth of the country's agricultural land was contaminated following the blast at the nuclear reactor and around 70% of the fallout fell in Belarus. (Viktor Drachev/AFP/Getty Images) #

Workers from the State Radiation Ecological Reserve test radiation levels on pigs at a farm in Vorotets, Belarus on April 21, close to the 19-mile exclusion zone around the Chernobyl nuclear reactor. (Viktor Drachev/AFP/Getty Images) #

Schoolchildren wear gas masks during nuclear safety training lessons in Rudo, Ukraine near an isolated zone around the Chernobyl nuclear power plant April 3, 2006. (AP Photo/Sergey Ponomarev) #


Fonti:
Big Picture
Wikipedia

lunedì 2 maggio 2011

AFRICA: SEE YOU, SEE ME Roma fino al 4 giugno

AFRICA: SEE YOU, SEE ME

africa


La Fotografia africana post coloniale e la sua influenza globale sul linguaggio visivo nella rappresentazione dell'Africa e della sua Diaspora


Trentatrè artisti da: Algeria, Camerun, Etiopia, Ghana, India, Mali, Marocco, Nigeria, Portogallo, Senegal, Sud Africa, Trinidad, USA

Furgoni con strutture di legno chiamati Mammy Wagon volano sulle buche delle strade e negli angoli ciechi di incerti paesaggi dell’Africa occidentale, molto al di sopra del limite dei 56 chilometri orari segnalato sul parafango. Il nome Mammy Wagon trae la sua origine dalle donne che ogni giorno vanno a vendere al mercato il raccolto di frutta, patate dolci, pomodori, cipolle, banane verdi e olio di palma, attraversando i loro paesi per giungere in altre nazioni.

Oltre ad assolvere l’importante funzione di trasportare il cibo attraverso i paesi, questi Mammy Wagon sono adornati di pannelli decorati e dipinti. Questi dipinti ritraggono film popolari, simboli nazionali, interpretazioni di locali storie africane. Didascalie e perfino brevi annunci scritti in inglese o in francese accompagnano le immagini. Tipiche proclamazioni sono ‘Il Signore è il mio pastore’, ‘Nessuna destinazione, perché affrettarsi’, ‘La giustizia è la ricchezza del povero’, ‘Il mondo non è solo per te’. Di certo, mentre i Mammy Wagon corrono su strade dissestate e sbandano nelle curve, i loro pannelli offrono ai lettori e ai passanti una ricca sequenza di desideri, frustrazioni e speranze per una società migliore.
Africa: See You, See Me trae il suo titolo da un’opera d’arte che ho visto in una strada nigeriana molti anni fa. Il furgone aveva superato l’auto che stavo guidando, sputando un pestilenziale fumo nero dal suo motore diesel, lasciandoci come ultima immagine due occhi incorniciati da una mappa dell’Africa striata di pittura. All’interno della sagoma dell’Africa si leggeva la frase ‘See You, See Me!’. Mentre incrociava la nostra strada, la frase ispirò gli occupanti del mio lento veicolo a immaginare come noi africani vediamo e ci immaginiamo noi stessi e come vogliamo che gli altri ci vedano.

In questo contesto, la mostra usa la pratica fotografica in Africa per attirare l’attenzione sui modi in cui gli africani rappresentano se stessi e la crescente influenza che queste autorappresentazioni hanno nel modellare le modalità contemporanee con cui l’Africa viene fotografata.
I fotografi africani hanno ereditato modelli di rappresentazione fotografica mutuati dagli archetipi coloniali che raffiguravano gli africani come parti di una storia di cui facevano parte ma sulla quale non avevano alcun controllo. Questo paradigma di oggettivizzazione ha incoraggiato una formula di presenza/assenza. Tale formula ha però iniziato a cambiare nel momento in cui i fotografi africani hanno cominciato a posare per le loro stesse fotografie, sembravano dire: ‘la macchina fotografica deve vedermi come io voglio essere visto’.

Africa: See You, See Me racconta la storia della fotografia africana e la sua influenza sull’immaginario non africano dell’Africa, nonché la diaspora africana in tutte le sue diversità. Insieme, le fotografie sono testi di soggettività africane, archivi di storia e di società in via di sviluppo e metodi per comprendere come le immagini contribuiscono all’emancipazione. Esse criticano le patologie dell’Africa post-coloniale e neocoloniale rappresentando le comunità del continente che si liberano da stati repressivi. Mentre alcune delle fotografie documentano la partecipazione degli africani agli affari dello stato, altre ritraggono la formazione di comunità volontarie post-nazionali come metodo di emancipazione.

L’Africa è più che un luogo. È uno spazio di sensibilità multiple all’interno e oltre il continente (in Europa, nelle Americhe, in Asia) che gli artisti africani cercano di penetrare con la loro presenza. La loro partecipazione a mostre presentate in continenti diversi ha lasciato un marchio sulle recenti fotografie dell’Africa e degli africani fatte da fotografi non africani. Inoltre, ha sollecitato dialoghi intra-testuali e intra-africani a proposito dell’autorappresentazione dell’Africa stessa.

Africa: See You, See Me è una mostra organizzata in tre parti. Una sezione presenta una serie di ritratti in esterno di africani che cercano di inquadrarsi nella realtà urbana nella quale sono emigrati. In questa sezione si evidenziano fotografi africani che in qualche modo si sono adattati, costringendosi, alle inquadrature e alle convenzioni fotografiche ereditate dai loro predecessori, maestri e colonialisti. Le fotografie in bianco e nero di Meissa Gaye, Seydou Keita, J. Bruce Vanderpuije, Ricardo Rangel, Okhai Ojeikere, Mamadou Mbaye e Malick Sidibe mettono in risalto un teso dialogo tra il fotografo e il soggetto fotografato nel momento in cui entrambi si uniscono per segnare gli spazi e la loro essenza di africani nei contesti fotografici. Altri temi in questa sezione includono la struttura delle città, delle società e delle comunità in fieri in Africa e le svariate rappresentazioni degli sguardi al di fuori degli studi dei fotografi nelle varie regioni del continente.

La seconda sezione mostra i primi ritratti etnografici che suggerivano un'immagine dell'Africa come luogo selvaggio popolato dai primitivi dell’Europa, l’Altro. Abbiamo anche adoperato la strategia di rileggere queste fotografie per attirare l’attenzione sulle stesse come oggetti nel quadro della storia della fotografia. Quella storia era essa stessa un prodotto significativo di un mondo industrializzato che definiva non solo il progresso, ma descriveva coloro che erano al centro e alla periferia di questo progresso.

La sezione finale presenta fotografie contemporanee dell’Africa e del popolo africano fatte da fotografi non africani che condividono una relazione dialogica con artisti africani. Di conseguenza, i loro lavori si sono propagati nelle sfere d’influenza africana, moltiplicando gli spazi nei quali gli africani sono fotografati come soggetti della storia.

Come i Mammy Wagon che ho visto nelle strade della Nigeria, queste fotografie riuniscono lavori presentati nelle altre sezioni per dire agli africani e al resto del mondo: See You, See Me.


Curatore: Awam Amkpa
Prodotta da Africa.Cont, Lisbona, Portogallo

Workshop: Realizzare un progetto fotografico: dall’idea alla promozione Reggio Emilia 7 e 8 maggio 2011


REALIZZARE UN PROGETTO FOTOGRAFICO: DALL’IDEA ALLA PROMOZIONE
Date e orari:
Sabato 7 Maggio, 9.30 - 13.00 e 14.00 – 18,30
Domenica 8 Maggio, 9.30 – 13.00 e 14.00 – 18.30
Organizzatore: Don’t Be Blind Associazione di promozione culturale e sociale
Formatori: Gianluca Colla, Annalisa D’Angelo
Un "progetto fotografico" difficilmente nasce per caso, ma spesso è il risultato di un lungo lavoro (a volte anni) che prevede diverse fasi, dallo sviluppo dell'idea, alla ricerca della sua fattibilità, alla documentazione pre partenza, al lavoro sul campo (vicino o lontano esso sia) alla fase di organizzazione del materiale scattato fino alla fase di scelta (editing) di quanto prodotto per finire
con la fase spesso più difficile, quella di promozione e divulgazione.
Questo corso nasce con lo scopo preciso di analizzare tutte queste fasi individualmente, per poi affrontare sulla base delle immagini che porteranno i partecipanti, la fase più delicata, quella dell'editing.
Questa fase è quella più delicata in quanto il fotografo ha spesso un forte coinvolgimento emozionale con la scena ed i soggetti fotografati, e non riesce a scegliere le immagini con un occhio
distaccato. Impareremo come invece valutare le immagini per il loro valore reale, e non quello affettivo.
Al termine delle due giornate ai partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione al workshop, e come chiusura dei lavori le foto dei partecipanti verranno esposte al pubblico, accompagnando l’esposizione con un aperitivo ed un concerto live in acustico.
Entro una settimana dalla fine del workshop, i partecipanti potranno scaricare gratuitamente l’audio di tutte le lezioni attraverso il sito dell’Associazione tramite un account ed una password che verranno rilasciate alla fine del corso.

Formatori
Annalisa D’Angelo
Ha conseguito un BFA (Bachelor of Fine Arts), all’Emerson College di Boston.
Ha lavorato all’organizzazione di workshop fotografici con il Toscana Photographic Workshop.
Fino a dicembre 2010 collabora con il fotografo di reportage Paolo Pellegrin/Magnum Photos per il quale ha curato varie mostre tra cui Montagne Nere per la prima edizione di Reportage Atri festival.
Nel 2009, in collaborazione con 3/3_studio di ricerca sull’immagine fotografica_cura la mostra
personale di Fabio Barile Diary N 0 – Things that do not Happen. Con 3/3 e Camera Oscura, cura la collettiva Dimensione Massima 10×12cm.
Nel 2010 cura la mostra "Haiti 2010" di 4 fotografi della Magnum Photos Larry Towell, Bruce
Gilden, Paolo Pellegrin and Peter Van Agtmael per la seconda edizione di Reportage Atri Festival.

Gianluca Colla
Una profonda conoscenza della fotografia, in particolare del settore digitale, ha portato Gianluca
Colla a lavorare con clienti come National Geographic, Blockbuster, WorldGold Council, UBS,
Toyota, Saatchi & Saatchi, Bloomberg, Ferrari, Newsweek e Condè Naste. Queste collaborazioni lo portano ai quattro angoli della terra, dal Circolo Polare Artico ai deserti Africani, dal lontano Oriente all'Amazzonia. Dal 2004 è membro e fotografo ufficiale di "The Quest Network" un gruppo di scienziati ed esploratori che effettuano ricerche ed esplorazioni interattive sfruttando i newmedia.
Membro del NAPP (National Association of Photoshop Professionals), tiene corsi per Toscana Photographic Workshop, Canon Academy e Cruise Photo Factory.

Sede:
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Aula 9/a 9/b, II piano - Viale Allegri 9
Reggio Emilia

Costi:
200€. I posti sono limitati.

Pre requisito:
ai partecipanti è richiesto di inviare 5/6 fotografie al fine di non avere livelli di competenza tra i partecipanti troppo difformi tra loro, e per riuscire in tal modo ad accontentare i partecipanti nelle loro volontà di acquisire nuove competenze.

Per info: Associazione Don’t Be Blind, info@dontbeblind.com www.dontbeblind.com
Referente progetto: Alessandro Martinelli, 340-5956786

Per iscrizioni:
www.dontbeblind.com
info@dontbeblind.com

domenica 1 maggio 2011

Action Photography workshop

Action Photography workshop

Matteo Cappè, fotografo professionista specializzato nella fotografia d’azione, organizza workshop dedicati a discipline come mountain bike, bmx, parkour, sci, snowboard, skate, auto, moto… Sono corsi in cui, attraverso la teoria e la pratica, si affronta un percorso educativo per poter realizzare, in modo consapevole, immagini action in cui i soggetti sono in movimento!
I workshop sono dedicati a tutti i fotografi senza esperienza o agli amatori più evoluti, si può scegliere il livello più adatto. Un workshop completo offre una lezione teorica ed una parte pratica in cui i partecipanti possono lavorare insieme a due o più atleti. Durante la lezione teorica si affrontano tutti gli argomenti della fotografia d’azione: dalla sicurezza alla preparazione dell’attrezzatura, dalla messa a fuoco di un soggetto in movimento al rapporto che va instaurato con l’atleta. La parte pratica si svolge in una zona in cui gli atleti possono compiere la loro azione e i fotografi mettono in pratica ciò che è stato appreso durante la lezione teorica.

8 maggio a Bergamo
Action Photography Experience
Action Photography e MysticFreeride presentano un workshop originale: un Experience tra le mura della Città Alta di Bergamo, un’occasione per fotografare soggetti in azione tra le mura storiche della città.
13, 14 e 15 maggio, riserva WWF di Torre Salsa (Agrigento)
Action Photography Experience&Relax
Workshop di due giorni dedicato alle immagini action ed outdoor: non solo sulla disciplina della mountain bike, ma anche sul trekking, la fotografia di paesaggio/outdoor...
4 giugno Nimis (UD)
Action Photography Experience.
Lo SloopeStylePhotoContest è un appuntamento irrinunciabile, con il concorso fotografico ed il workshop.
24, 25, 26 settembre, ExpoBici Padova
Action Photography Light
Un workshop in pillole gratuito. Action Photography vi permetterà di entrare nell'area show di Vittorio Brumotti e di fotografarlo in azione!
Informazioni:

'Rocco e i suoi fratelli', dal rigattiere spuntano le vecchie foto di scena

'Rocco e i suoi fratelli', dal rigattiere spuntano le vecchie foto di scena

Una città nebbiosa, che vive nel microcosmo della casa di ringhiera e si espande nei tanti cantieri in cui finiscono a lavorare gli emigrati meridionali attirati al Nord dalle prospettive di ricchezza offerte dal boom economico: è 'La Milano di Visconti', quella raccontata nel film Rocco e i suoi fratelli con Alain Delon, Annie Girardot e Claudia Cardinale. Fino al 22 maggio, le foto di scena del capolavoro di Luchino Visconti, scattate dal francese Paul Ronald, sono esposte nella Boutique Giovanni Raspini in corso Garibaldi. "Confesso che quando ho scovato le foto da un rigattiere – racconta Giovanni Raspini – mi sono emozionato come un bambino. Tutto quel mondo, quei volti, quella straordinaria creatività concentrati in un mazzo di foto custodite in una vecchia valigia. Le ho acquistate immediatamente e subito ho pensato che erano così belle che andavano fatte assolutamente vedere a tutti"
Fonte: Repubblica.it