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giovedì 23 giugno 2011

Paolo Pellegrin

Paolo Pellegrin (Roma, 1964) è un fotografo italiano, legato alla prestigiosa agenzia Magnum Photos dal 2001 e membro effettivo della stessa dal 2005.

Biografia

Nato a Roma nel 1964 frequenta inizialmente la facoltà di Architettura all' Università della Sapienza, ma abbandona gli studi senza conseguire la laurea durante il terzo anno di corso. Riconosciuto come uno dei maggiori fotoreporter di guerra collabora con testate giornalistiche quali Newsweek e New York Times magazine. E' stato insignito di numerosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal (2006), lo Eugene Smith Grant in Humanistic Photography (2006), l' Olivier Rebbot for Best Feature Photography (2004), la Leica Medal of Excellence (2001), otto World Press Photo tra il 1995 e il 2007.

Qua un'interivsta rilasciata a Vogue in occasione dell'inaugurazione della sua mostra Dies irae.

È appena tornato dal Cairo, dove è stato testimone dei movimenti tellurici che hanno portato il paese a un nuovo assetto politico, ma alla domanda sei un reporter d'assalto replica:

Sono tutto fuorché questo. Io sono un fotografo dei tempi lunghi, mi interessa la dimensione umanistica di quello che faccio, il racconto dell'uomo, e questo richiede un rapporto, anche dilatato, con i soggetti, i luoghi... Ovviamente la componente "avvenimenti", la Storia che si muove, è un nodo importantissimo e inevitabile, ma è uno spunto iniziale, io seguo una chiave umanistica, antropologica.

Come nasce Paolo Pellegrin?

Studiavo a Roma, architettura alla Sapienza, ero al terzo anno, ma non ero convinto, così ho deciso di cercare la mia strada altrove. E la fotografia mi interessava, da sempre. In realtà avrei voluto studiare antropologia, ma dopo architettura non mi andava di iscrivermi a un'altra facoltà. Mi sembrava che la fotografia potesse essere un modo per investigare sul mondo, sull'uomo, insomma, su me stesso. Questi ultimi 15, 20 anni, sono anni di grande complessità, estrema accelerazione, il mondo si è trasformato e si trasforma a una velocità impressionante. E noi abbiamo la fortuna di vivere una storia accelerata. Chiaramente anche con tutta una serie di grossi, enormi problemi. L'11 settembre è stato uno spartiacque.

Ma l'occhio di un fotografo nota dei cambiamenti nelle sue immagini? Si adatta a questa accelerazione?

Nel mio caso, il processo, casomai, è l'opposto... La fotografia è interessante perché è la traduzione immediata, istantanea, di chi è il fotografo in quel momento... L'atto del fotografare, che è una cosa così semplice, in realtà racchiude una cosa complessa: ogni volta che scattiamo, diamo voce a un pensiero, a un'opinione e trasmettiamo chi siamo in quel momento. E io ora so che la mia voce, la mia fotografia, sta diventando più asciutta, si sfronda.

Perché la tua mostra si chiama Dies irae?

Il titolo non l'ho scelto io, ma l'ho abbracciato perché penso che in questi anni, nel post 11 settembre, in questo mondo cambiato, e cambiato da noi, ci poteva stare un'idea di furia, o di ira.

Fellini, quando gli chiesero quale fosse tra i suoi il film quello che gli era piaciuto di più rispose che era come chiedere a un padre di scegliere il preferito tra i suoi figli.

Credo che la paternità dell'autore sia solo iniziale. Io come fotografo mi ritengo la scintilla, l'incrocio di cose che hanno creato delle immagini che poi hanno vita propria e quasi non mi appartengono più. Comunque, non ragiono in termini di singole immagini, ciò che mi interessa è un corpus di lavoro, come per esempio quello sulla Palestina: lì c'è la guerra in Libano nel 2006, ci sono le varie incursioni israeliane in Cisgiordania o a Gaza… La mia idea, insomma, è di una fotografia che si compone di singoli momenti che formano un insieme, un organismo che racconta la Storia. Noi abbiamo il grande privilegio e la responsabilità di essere dei testimoni.

Hai mai paura? Cioè pensi mai: mi sto esponendo ma questa foto la faccio lo stesso?

Beh, certo, i reporter si mettono sicuramente in gioco, pesantemente. Ma se decidi di assumerti il ruolo di testimone, esporsi è una condizione sine qua non, fa parte dell’equazione, complessa per altro, dello stare in certi posti. E starci vuol dire anche muoversi e riuscire a navigare e sopravvivere, ed è quindi un’enorme parte di quello che facciamo noi fotografi.

Intervieni mai su una foto?

Le immagini, per quel che mi riguarda, non sono mai create. Credo di essere un testimone e in quanto tale non mi permetto mai di intervenire sulla realtà, il mio unico intervento è quello della mia presenza, è quello di esserci. Se ti metti, invece, a manipolare le situazioni, o a costruirle, viene meno la credibilità che il fotogiornalismo deve avere, secondo me. E poi, ho sempre trovato che la realtà fosse talmente complessa e ricca che non c’è bisogno di stare lì a rifarne un’altra.















PAOLO-PELLEGRIN

mercoledì 11 maggio 2011

Guido Harari

Guido Harari (Il Cairo, 1952) è un fotografo e critico musicale italiano.

Biografia

Tra i più noti ritrattisti italiani, è attivo soprattutto in ambito musicale: tra gli artisti ai quali ha effettuato reportage fotografici o prodotto copertine di album figurano personaggi di rilevanza nazionale e internazionale, quali Bob Dylan, Paul McCartney, Kate Bush, Lou Reed, Frank Zappa, Simple Minds, David Sylvian, Joni Mitchell, Michael Nyman, B.B. King, Mia Martini, Mietta, Milva, Antonella Ruggiero, Fabrizio De André, Pino Daniele, Roberto Vecchioni, Claudio Baglioni, Vasco Rossi, Gianna Nannini.

È stato per vent’anni uno dei fotografi personali di Fabrizio De André, alla cui figura e opera ha dedicato tre libri a loro modo definitivi: Fabrizio De André. E poi, il futuro (Mondadori 2001), Fabrizio De André. Una goccia di splendore (Rizzoli 2007), Fabrizio De André & PFM. Evaporati in una nuvola rock (con Franz Di Cioccio, Chiarelettere 2008) e una mostra personale, Sguardi randagi.

I suoi lavori sono apparsi su testate italiane ed estere, tra cui Time, The Sunday Times, Sportweek, Specchio, Stern.



Fabrizio De Andrè e Nanda Pivano

Author Umberto Eco. Photo Guido Harari/Contrasto/Redux. Courtesy Raincoast Books.

Guido Harari - Vinicio Capossela

lunedì 9 maggio 2011

Anne Geddes - Biografia

Anne Geddes è una fotografa famosa per i suoi soggetti infantili fiabeschi. Nata in Australia, si trasferisce per lavoro in Nuova Zelanda, dove intraprende lo studio delle rappresentazioni fotografiche incentrate sui bambini.

Le sue immagini idealizzano il bambino e lo pongono in un ambiente naturalistico e fiabesco con il dichiarato intento di celebrare l'idea della nascita e della nuova vita e di diffondere l'idea che:

« noi dobbiamo proteggere, nutrire e amare tutti i bambini. »

Stile e tecnica

Le sue opere più famose sono essenzialmente ricche di colori pastello e luci soffuse. Tuttavia Anne Geddes ha sempre scattato anche in bianco e nero, una tecnica che ama particolarmente perché comunica semplicità, forza ed emozionalità del soggetto scelto.

Tuttavia il contenuto emotivo dell'immagine è, secondo Anne Geddes, sempre prioritario rispetto alla scelta tra colore o bianco e nero: è l'elemento fondante dello scatto. La scelta del soggetto é, per Anne, anche fortemente influenzata dall'andamento del mercato e della percezione della gente comune rispetto a certi temi. In tal senso la Geddes si tiene costantemente documentata leggendo fino a 50 riviste al mese.

Anne prepara il set con grande cura e con attenzioni che posso richiedere settimane se non qualche mese per ottenere lo scatto definitivo. È fondamentale che ogni aspetto tecnico sia stato analizzato e risolto ampiamente prima che il piccolo modello o modella arrivi sul set. La disposizione delle luci, ad esempio, viene provata e riprovata con l'aiuto di bambolotti di formato reale. A fronte di una preparazione tanto accurata, il tempo dedicato agli scatti veri e propri è di pochi minuti.
Ancora adesso Anne Geddes scatta in pellicola e non in digitale.

Gli scatti ricorrono molto raramente al fotoritocco ed Anne si avvale di numerosi stilisti e artigiani che creano appositamente tutto quanto il set richiede, sia come costumi sia come elementi a corollario. Data la delicatezza dei soggetti, particolare attenzione è dedicata alla loro sicurezza: i bambini sono spesso saldamente assicurati con cinture (come nel famoso scatto del bimbo con il costume da ape) e controllati a vista dal personale pronto ad intervenire poco fuori dall'inquadratura.

Nei primi anni della sua carriera Anne trovò che i bambini rendessero difficile programmare con tanta accuratezza lo scatto dal momento che sono, com'é naturale aspettarsi, imprevedibili. Con gli anni maturò una mente più aperta agli imprevisti che l'ha portata a dire:
« Trovo che spesso le immagini migliori evolvano da uno scatto che si era pianificato in modo del tutto diverso (…). La mia idea di foto perfetta è quella dove ho creato un certo ambiente cui il bambino ha dato qualcosa della sua personalità. Il bambino aggiunge sempre quella scintilla in più all'immagine. »

Per assicurare quel clima di pace che desidera i suoi scatti comunichino, Anne e il suo staff curano che i bambini siano nutriti, comodi, ben riscaldati e che si sentano perfettamente a loro agio con la madre a portata di mano.

Anne predilige lavorare con bambini sotto i sei mesi e di varie etnie: solitamente i genitori dei bambini la contattano per sottoporle foto dei loro piccoli. In alcuni casi, quando il set non è nella zone dove di solito lavora, fa sapere di ricercare neonati come modelli attraverso la radio o la televisione.

Lo studio è sempre orientato alla coppia madre-figlio, con una stanza apposita dove le madri possano allattare, giocare e cambiare i loro piccoli in comodità e riservatezza. Per Anne è rilevante che anche la madre del bambino si senta speciale e non sia considerata una sorta di appendice.

Nella sua ultima opera, Pure, Anne dimostra una maggior ricerca di semplicità, con una particolare concentrazione sul soggetto e la quasi totale assenza di elementi estranei al bambino, quali erano tanto frequenti in scatti precedenti (costumi, fiori e verdura, eccetera). Diversi soggetti ritraggono i bambini nel ventre materno o li rappresentano nella placenta.

Diffusione delle opere

I suoi soggetti sono inizialmente stati diffusi in Australia e Nuova Zelanda, ma sono diventati in breve estremamente popolari. Ad oggi i suoi lavori compaiono in quasi 80 paesi del mondo su libri e oggettistica di vario genere: Anne Geddes è ora un vero e proprio marchio che firma dagli album fotografici ai vestitini per neonati, dai mobili per bambini ai quaderni e persino forcine per capelli.

In particolare la linea di vestiti per bambini le è stata suggerita dall'osservazioe di quanto risultassero scomodi per genitori e neonati alcuni vestitini comunemente diffusi:
« Ho visto troppi genitori litigare con i vestiti dei loro bambini nel mio studio. Sappiamo che i bambini non amano che gli si infilino vestiti stretti dalla testa e che i papà e le mamme vogliono chiusure facili da aprire e chiudere e che non si impiglino. Abbiamo creato una linea di abbigliamento che vada incontro a queste esigenze (...) »


Anne è, inoltre, autrice di diversi libri (Pure, Miracle, Cherished Thoughts With Love), di cui due sono diventati bestseller tradotti in 23 lingue: Down in the garden e Until Now.

Conosciuta in tutto il mondo, nel 1997 diviene membro onorario a vita dell'Associazione fotografi professionisti degli Stati Uniti. Ha vinto una considerevole quantità di premi e ricevuto diversi riconoscimenti, sia come fotografa, sia come donna d'affari, sia per il suo impegno caritativo.

Impegno filantropico

Nel 1992, quando venne pubblicato il suo primo calendario, destinò una parte del ricavato alla lotta contro l'abuso di minori.

Con il passare degli anni, infine, fondò una ONG: il Geddes Philanthropic Trust. L'associazione si propone di prevenire e combattere la violenza sui minori in Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito.

Fonte: Wikipedia - www.annegeddes.com

venerdì 6 maggio 2011

Tano D'Amico

Libri parole fotografie, un solo percorso di ricerca che si snoda dal 1970 a oggi.
Dalle manifestazioni studentesche alla emancipazione delle donne, alla lotta per la casa, agli scioperi e alle occupazioni dove furono protagonisti donne, operai, disoccupati, studenti, sottoproletari e i loro antagonisti - quante volte loro malgrado - carabinieri, infiltrati, agenti di PS, esattori e funzionari. Tutto quello che non poteva interessare i mezzi di comunicazione di massa è rimasto nelle foto di Tano. E' l'altra storia, l'altra faccia.

Dalla parte dei senza nome, dei senza voce e senza volto: i produttori e l'esercito industriale di riserva, quelli che fanno la storia e la storia li scarica ai bordi dei suoi libri.
Belli, mai miseri e meschini anche quando la miseria li inchioda alle strade e alle case, alla follia e alla violenza. L'urlo, il pugno, il lacrimogeno, la smorfia il sorriso, la dolcezza la rabbia, tutto questo e il resto concorre a ricordare e a restituire all'uomo una parte della sua bellezza.

I primi soldi che Tano prese per le sue fotografie gli furono offerti dagli occupanti abusivi di case a Roma, nel mezzo della loro lotta disperata. Glieli portarono in una busta chiusa sotto una tazza di caffè adagiata su un centrino. Non avevano voluto altri fotografi che lui.
Perché lui li guardava stupendi com'erano e loro senza quasi conoscerlo gli volevano bene.




STEFANO DI MICHELE
LA FOTOGRAFIA AL POTERE. LE RIVOLUZIONI INCOMPIUTE DI TANO D'AMICO
Poi Tano prende e va alla guerra - e torna con occhi e mani e facce e qualcuno che magari si bacia, sorrisi a volte, e a volte, magari più volte, rabbie. Perché poi ne ha viste di guerre, Tano D'Amico. E ne ha sentite, di voci. E scontri e disordini di vite e vite disgregate, e infine sangue, nero d'asfalto e nero mentre corre tra i sanpietrini delle piazze - sangue nero, bianco il viso di chi lo perde.

TANO D'AMICO
Ecco, il bianco e il nero, sempre il bianco e il nero, con il dono di un grigio che si addolcisce, negli scatti di questo grandissimo fotografo. Gli occhi di Tano e la sua amata Leica hanno visto forse cento vite, e chissà se cento vite bastano. Il meglio e il peggio - tutto quello che può dare la gente quando scende in piazza. Hanno visto tanto, gli occhi di Tano - della nostra vita che è andata negli ultimi quatttro decenni - che sembrano essere stati sempre lì. E così, una decina di anni fa, proprio un dirigente della Digos, dopo che alcuni poliziotti si erano presentati in casa del fotografo praticamente all'alba, "e cosa volssero non l'ho mai saputo", annotò quando gli chiesero cosa volessero: "Perché capita qualcosa e da trent'anni lui c'è". Tano sorride. E ripete ancora adesso quello che allora rispose al funzionario di polizia: "Vorrei esserci ancora. Ma mi è sempre sfuggito l'essenziale...". E' nei dettagli che, fin dagli anni Sessanta, Tano insegue questo essenziale: nella risata di un operaio, nelle braccia alzate di una sfrattata, nell'abbraccio di due studenti, nello sguardo curioso di un carabiniere, in un bambino stupito in mezzo alla strada. Sulle labbra, nelle mani, nella curva delle ciglia. Dice Tano che per fortuna è stato molto amato, e questo gli ha permesso di vivere, persino di non morire. Come quando gli anni Settanta finirono e un intero universo di rapporti e di affetti e di speranze si inabissò, scomparve. Succede quando cambiano gli orizzonti - e a volte mutano in meglio, quando è il meglio che li muta, e a volte in peggio, quando credi di affogare.
"Ci sono tanti che sono morti per un tumore alla testa, di morte precoce per infelicità, che poi si chiama crepacuore, morti per droga, un mio amico fotografo si è ucciso con il gas... Questo togliersi dalla vita in un modo oscuro, così oscuro che lo approvano tutti...". Le sue foto, il suo intero universo - così tanta parte del nostro universo, dell'immaginario dei nostri anni - sono sparse sul tavolo. Tano le accarezza con lo sguardo - figure scovate, spesso amate, sempre difese. "Sono conteno di come ho svolto il mio lavoro, perché nessuno per questo mio lavoro è andato in carcere. Ho sempre raccontato la realtà senza generare altre sofferenze". Eccola, la storia di Tano.

"Sono nato nel 1942, nell'isola di Filicudi. Ora Filicudi è lo scheletro dell'isola che amavo, ci sono attori e produttori e artisti di successo. E non ci abitano più, e non esistono più nemmeno le bestie. Quando ero bambino si sentivano i versi delle bestie - il muggito, l'asino che ragliava, l'abbaiare di un cane. Ora non si sentono più, e neanche si vedono, gli animali...".
Accadevano cose che sembravano miracoli, in quell'isola persa dentro l'Europa che bruciava nella guerra. "I bambini, soltanto i bambini, venivano incantati dai delfini. Questi delfini arrivavavno fin sopra le pietre, sulla riva del mare. E delfini e bambini si guardavano negli occhi. C'era mia nonna che mi sgridava sempre: ancora con questi delfini!". La nonna amava molto il piccolo Tanino, che fino a un anno aveva vissuto con i genitori a Messina. "C'era la guerra, ero molto fragile, avevo sempre la tosse convulsa, mio papà era stato fermato mentre cercava un po' di latte d'asina per me al mercato nero". E con una sorta di blitz notturno, su una barca condotta da un marinaio della Mas della Prima guerra mondiale, "era stato ferito e decorato, camminava con due bastoni, ma sulla sua barca era il re", la nonna partì da Filicudi, "intorno i bagliori della guerra, i sommergibili e gli aerei", e sbarcò a Messina per riportare il piccolo fragile nipote sulla sua più sicura isola. "Quando la chioccia covava le uova, la nonna ne prendeva uno, ci scriveva sopra 'Tanino' e mi diceva che quello era il mio pulcino. Io aspettavo settimane che l'uovo si schiudesse per vedere questo pulcino. Poi, appena usciva dal guscio si confondeva con gli altri appena nati e lo perdevo per sempre di vista. Per sei anni Tanino resta nell'isola di Filicudi - quasi come Procida, quasi come l'incantata isola di Arturo - insieme alla nonna, guardando delfini e aspettando pulcini, dentro un unico incancellabile paesaggio.
Poi, a sette anni, con i genitori a Milano. Milano invece era un paesaggio di rovine. "C'erano tutti muri diroccati, e su quei muri venivano affisse copie dell'Unità... Con dei carretti, tirati da cavalli, ogni giorno rimuovevano un po' di quelle rovine... Lì, forse, ho cominciato a riflettere, a osservare il senso delle cose...". L'Unità incollata sui muri pericolanti, gli uomini affamati, i cavalli piegati sotto il peso delle rovine delle follie umane. "Solo anni dopo seppi che a Melissa, negli stessi giorni, la polizia aveva represso un'occupazione di terre ed erano morti tre contadini. Ma allora, anche se ero bambino, mi colpì una frase su quei fogli di giornale, "uccisi tutti i cavalli e tutti i muli", era questa la frase. Andai a Melissa venticinque anni dopo, per un servizio fotografico, portandomi dietro quei ricordi...".
L'allievo Gaetano D'Amico, poi Tano, detto Tanino, comincia a farsi un nome, in famiglia e tra gli amici, come "quello che sa fare le foto", e in ogni occasione a Tano chiedevano di farle, "intuivo un altro linguaggio, ma credo di non aver mai pensato, allora, di vivere con le mie immagini". Si iscrive all'Università Cattolica, lo studente D'Amico, facoltà di Scienze politiche, "anche se alla laurea non sono mai arrivato, non chiamarmi dottore". Tra i suoi docenti, il professor Gianfranco Miglio, che alcuni decenni dopo diventerà l'ideologo massimo della Lega agli esordi. "E non è vero che odiava il Sud. Lui voleva che noi pensassimo che lo Stato era cattivo, cosa che in effetti è. Il potere non può che essere cattivo. Alla prima lezione Miglio ci spiegò che cosa ci avrebbe insegnato, e cioè che il potere finisce nelle mani di un certo tipo d'uomo, che se lo prende e poi racconta favole per spiegare perché se l'è preso.
'Quelle favole sono la mia materia' ci diceva Miglio". Ma siccome sempre Università Cattolica era, il giovane Tano un po' si scontra e un po' si sorprende. "Ricordo come si parlava dell'omosessualità e della prima notte di nozze nelle lezioni di Morale cattolica. Mi sembrava pornografia, facevano apparire la vita delle persone in una dimensione sordida... Cominciai a non frequentare, mi sentivo già un Giordano Bruno... Mi chiamò il professore, Monsignor Aceti. Gli spiegai cosa pensavo. Mi disse: 'Non venga al prossimo esame di Morale cattolica, venga da me, intanto legga questi libri'. Erano di teologia dogmatica, bellissimi. E monsignor Aceti di volta in volta mi dava una nuova lista di libri...".
La stessa saggezza del monsignore non la trovò in caserma, il fante D'Amico, quando finì a Trapani, "eravamo la feccia della feccia della feccia, tutti insieme giovani delinquenziali, deviati e devianti", un reparto di teste calde, quelli che non sapevano né leggere né scrivere, persino un condannato per un delitto. "Nessuno gli ha mai detto assassino, ma un giorno uno disse a un altro ladro e quello si mise a piangere... Lì ho rivalutato molto gli oppressi. Torna dopo quindici mesi a Milano, a casa, Tano. E la sua vita sta per cambiare pr sempre. "Con i miei amici non mi trovavo più.

Ma il colpo di grazia me lo diede la mia fidanzata di allora, la più bella che abbia mai avuto. In un angolo buio della casa mi disse: ti lascio. Io: perché? E lei: perché mi opprimi troppo. Mi scappava da ridere: come ti opprimo se manco da quindici mesi? Lasciai perdere, non si può rivendicare un amore che non c'è. Quella sera dissi che sarei partito. Per dove? chiesero. A Roma, risposi. Ma senza convinzione". Era il '67, l'anno prima del '68. Prima ancora era riuscito a farsi acchiappae dalla polizia, quando con altri bloccò i gipponi della celere per protestare contro la guerra in Vietnam. "Quelli, invece di schiacciarci, ci fermarono tutti. Il compagno Egisto - compagno di scuola grande e grosso, poi compagno di militanza ma sul regolare versante Pci - si mise l'abito buono e la cravatta per andare ad avvisare la mamma di Tano che il figlio era stato arrestato. Il compagno Egisto voleva bene al compagno Tano.
"A un certo punto si parlò anche di un film su Gramsci. E io, con il mio aspetto fragile e la massa di capelli, avrei dovuto interpretare Gramsci...". Nella capitale Tano fa "lavoro di codifica per uffici": riempiva a mano moduli comunitari per il rimborso degli ulivi e cose del genere. "Un lavoro avilente". Fa pure l'amministratore di un piccolo teatro dove recitò Carmelo Bene. Serate con jazzisti che mischiavano musica e immagini, "e anche loro: a te la foto vengono bene". Le piazze cominciano a riempirsi. Assemblee. Proteste. Nel girare e vagare e riposizionarsi, Tano arrivò alla rivista di Potere operaio. Quelli volevano le foto, lui voleva fare la rivoluzione. "Se tu vuoi stare in mezzo a noi devi fare le foto, sennò rimani solo. Le foto devi fare ripetevano sempre. Ma io volevo fare il compagno di movimento, volevo vivere". Fece il fotografo, facendo il compagno. "Mi dissero: o vai al nord o vai in Sardegna, dove c'era il petrolchimico, gli operai in lotta. Scelsi la Sardegna, avevo fatto il militare con dei sardi e conoscevo la loro indole scontrosa. Così mi mandano a fare in culo e ho la scusa per tornare a casa...". Invece lo accolsero con bbracci e baci, e Tano restò per immortalare pastori e contadini che si mutavano in operai. "Cambiavano le loro vesti, i loro gesti, le linee sul volto, le espressioni dei loro occhi... Io fotografavo questi cambiamenti...". Lì fece una delle sue prime foto destinate a rimanere: un gruppo di operai che aspettano l'autobus, tutti disposti sulla stessa linea. Una foto stretta e lunga. "Inventai un taglio nuovo".
Fu l'inizio di una serie infinita, di folle infinite, di facce a migliaia. "Ogni epoca ha le sue folle, ogni epoca ha il suo modo di comporsi insieme agli altri. Come se attingesse a delle forme sfuggenti, ma in modo diverso". Tano fu quasi fotografo per forza, all'inizio. "Non ho mai avuto la passione per la fotografia, mi sembra qualcosa di maniacale. Come chi ha la passione per la calligrafia", ha raccontato un giorno. Lui e la sua Leica, perennemente insieme, e con la voglia di essere altrove, dentro e non di lato. Ma intanto è lì e scatta e scatta e scatta. "La bellezza umana nel disagio sociale", la definisce. Spiega: "Immagini nuove del conflitto, dagli strappi con la storia". Cerca nelle inquadrature quello che rischia di andare perso, di essere dimenticato, di farsi iraccontabile. "Come per le parole e i pensieri, le belle immagini sono poche". E cos'è che rende bella una foto? "Rimarrai un po' deluso, ma per me una bella foto è semplicemente quella che ti fa fare un pensiero, che ti fa provare un'emozione, che ti fa ricordare qualcosa che senza quella foto avresti dimenticato". E racconta ancora, Tano: "Ciò che non volevo era la foto da Unità... Nella foto classica da Unità, ripresa dall'alto di una gru, se in piazza c'erano centomila persone si dovevano vedere centomila puntini. Ma a me non interessavano i centomila puntini, mi interessavano Claudio e Giovanna che si fidanzano, Giuseppe e Paolo che s'incontrano...".
Tano invece sta per incontrare gli anni Settanta e Lotta Continua: il periodo più bello, racconta e si emoziona, della sua vita. "Perché sai, la mia vita è stata bella".
Ha nel tono della voce e nello sguardo la gratitudine verso quegli anni, quei volti, quelle speranze che caparbiamente ancora oggi Tano si rifiuta di mutare in illusioni. "Sono stati i dieci anni più belli della mia vita. Sarei diventato pazzo se non avessi avuto un ambiente intorno che mi amava proprio per la mia diversità. Ero troppo amato allora per affossarmi, e perciò dovevo difendere anche il mio modo folle di fare immagini...". Ricorda voci e visi e chiacchiere a migliaia. E ogni volta che racconta di qualcuno che gli diceva di come fossero belle le sue foto. Tano chiede di non scriverlo, che chissà cosa poi possono pensare, e non sta bene vantarsi - dunque sottrae, toglie, sfuma.
E se bisogna farlo, non è il suo orgoglio di fotografo che la spunta, ma il ricordo di una stagione vissuta come stagione di bene e di emozioni. Si resta innamorati di certi periodi della nostra esistenza. "Avevo un grande ammiratore in Adriano Sofri. Diceva che perdevo giornate intere lavorando sulle mani di una signora che si scalda a un falò, e poi diceva con finto rammarico che diventavo sempre più bravo". Anche: "Ho avuto come sponsor Oreste Scalzone, diceva che nelle mie foto di manifestazioni c'era una grandissima speranza, e nelle altre invece un pessimismo di fondo, da toccarsi le palle... Oppure: "Enrico Deaglio diceva: abbiamo la fortuna di avere Tano, c'erano centinaia di migliaia di persone in piazza e lui torna con le foto di cinque occhi e tre mani...". La racconta così la sua folla, che per mille e mille volte ha fissato attraverso l'obiettivo:

"La mia folla fa vedere che tutti hanno le stesse domande, che tutti si affacciano su una piazza o su una strada come se per la prima volta comparissero su quella piazza o su quella strada. E se tutti hanno la stessa domanda, ognuno è cosciente che se non l'avesse fatto lui, quel pezzo di strada che sta facendo, non l'avrebbe fatto nessuno... Ognuno era diverso e insostituibile, ognuno come me era amato per la sua diversità...".
Gli anni felici e duri che Tano vive e consegna alla memoria con le sue immagini. Come quella del poliziotto i n borghese, con la borsa di tolfa a tracolla e la pistola in mano, il giorno in cui fu uccisa Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977 - e quella lapide e quei versi sempre lì, "se la rivoluzione d'ottobre / fosse stata di maggio...". Una delle foto simbolo degli anni Settanta. "Quel poliziotto non ha ucciso Giorgiana, ma lo stesso per me quella foto resta l'immagine di uno stato che tende agguati ai propri cittadini", dice Tano. "Mi sono imbattuto in quellqa scena per caso... Lui mi vide che facevo la foto, lo disse al suo superiore... Neanche la volevo stampare quella foto. Pensavo: un agente in borghese, acqua calda, come in certi bassorilievi egizi dove vengono mostrati i soldati in borghese del faraone, con le spade che escono dal perizoma... Ci fu un momento in cui lo stato ebbe bisogno di un sacrificio umano...".
Ecco, alcune delle sue foto più famose Tano neanche le voleva stampare. Come quella del poliziotto, appunto. O quell'altra, sempre del '77: una ragazza con il volto coperto da un fazzoletto, gli occhi sbarrati, tra due carabinieri girati di spalle. "Ho sempre paura delle immagini un po' mignottesche, accattivanti...". Per fortuna Tano va da molti anni da uno stampatore, Claudio Bassi, che ha l'occhio felice. "Alcune delle mie immagini più conosciute è stato lui a convincermi a stamparle. Io dicevo di no, allora lui mi chiedeva se poteva stamparne una copia per attaccarle nel suo laboratorio. E trovavano subito un compratore, la foto della ragazza tra i due carabinieri fini su due pagine dell'Almanacco Bompiani".
Sono stati anni così, gli anni Settanta di Tano (e un po' di tutto il resto d'Italia). "Con l'avveno delle giunte rosse, le mie foto non andavano più bene perché continuavo a fotografare il disagio delle città anche con i sindaci comunisti. Ricordo l'archivista dell'Unità che me le restituì piangendo: non possiamo comprarle, tu ci metti in crisi con le tue foto... Non ho mai dimenticato quelle lacrime...". Anni che andarono via, tra impegno e sogno. "E io cosa sono, politicamente? Nella Bibblia, per descrivere qualcosa di disgustoso, c'è scritto 'il sarcasmo del soddisfatto'. Io ho sempre amato le persone cui va stretto il mondo e che cercano anche con la postura, con i loro volti, con la loro bellezza, con i loro sorrisi, di farne intravedere uno diverso". Per tutta la vita, e anche adesso che ha i capelli bianchi e il passo certo non stanco, solo un po' più lento, Tano se ne va vagando per i bordi del mondo, là dove la crosta terrestre s'increspa, certe zone d'ombra e di paure e di speranze quasi come una canzone di De André, quella dove "il sole del buon Dio non dà i suoi raggi".
Molti ci sono stati e si sono ritirati, molti ci hanno lasciato cuore o pelle, molti hanno dimenticato. Tano, invece, sempre per quei luoghi si aggira - rivoluzionario, forse; romantico, pure. E così, quando racconta dei suoi accidentati, diciamo, rapporti con le forze dell'ordine, "ma nessun giudice mi ha mai chiamato", sorride con divertita consuetudine: "I reati commessi nel raggio di qualche centinaio di metri dal luogo dove mi trovavo per lavoro erano miei...". E una volta un maresciallo lo chiamò per una perizia. "Una foto, pensavo. Per degli esplosivi, disse lui. Minchia! Pensai io". All'aeroporto un poliziotto scattò di colpo mentre gli esaminava il passaporto e controllava i dati al terminale. "Mai avuto condanne penali, lo rassicuro. Quello mi guarda dubbioso: beh, allora si vede che lei è uno di quelli... e con il braccio fa il gesto dell'anguilla, capace di sfuggire...". Ma niente da poter rendere meno appassionante la vita, dice.
Sì certo, sui bordi del mondo tanto battuto e inseguito è stato ospite anche della moglie di Curcio e degli autonomi di Padova - ma ha praticato con stupore e curiosità, e una sorta di personale candore. Tano è uno che quando saluta dice "buona vita", e che ricorda ogni cosa, manifestanti e celerini, eterne parti di mille barricate, ma innanzitutto il delfino che fissava un bambino sulla spiaggia di Filicudi. E una certa soddisfazione ha nella voce quando racconta la sera in cui lo avvicinò un colonnello dei carabinieri, "mi bisbigliò all'orecchio un complimento, mi disse che gli piacevano molto le mie foto". Persino un fascista, con tricolore sventolante, lo fermò alla fermata del tram. "Scusi, Tano D'Amico?" Tano andò subito sulla difensiva democratica: "Sì...". Quello sorrise: "Vorrei dirle che mi piacciono le sue foto". Pure Pierluigi Concutelli, quando faceva il volontario in carcere, glielo disse: "mi ricordano mia madre, un mondo perduto".
Negli anni Ottanta, Tano perse il suo mondo degli anni Settanta. "Non ho mai avuto una vita ricca, non ho mai avuto moltissimi lavori". Racconta che 'amici pietosi' gli procurarono anche dei lavori da fare con il sindacato, e la sua noia di quelle ore, il leader in attesa dello scatto, il suo scatto annoiato. Un giorno trovò a casa un messaggio: l'avevano cercato dalla Cei. Lui non capisce. "Pensavo che la Cei fosse una cosa tipo Cooperativa edili italiani, che volessero le ennesime foto gratuite. Poi scoprii che erano i vescovi. Chiedevano delle immagini per illustrare il catechismo per i giovani. Io subito dissi di no. Che faccio, prendo un amico e lo travesto da Cristo? Una cosa pacchiana... Ma monsignor Betori, che adesso è arcivescovo di Firenze, mi disse: 'Guardi che lei il suo lavoro lo ha già fatto' e scelsero dieci mie grandi foto. Per illustrare l'incontro con Cristo presero dei pescatori che riparavano le reti davanti alla cattedrale di Trani; per la passione di Cristo scelsero un gruppo di imbianchini, intorno a un tavolo fatto con assi da muratore, tra piatti di plastica e la moka per il caffè, esausti dopo il lavoro. 'Per la copertina però abbiamo un'altra immagine', mi disse Betori. Un raccomandato?, chiesi io. Lui sorrise: 'piuttosto, un raccomanduccio...'. Era un quadro di Duccio da Boninsegna...".
Non sono passati come anni facili, comunque. "Ma penso lo stesso di essere stato molto fortunato, anche se mi tagliavano luce e gas, i giornali non volevano i miei lavori, venivo evitato e Prima comunicazione espresse un giudizio severo e forse ingiusto nei miei confronti, definendomi 'omertoso e bugiardo'. Ho cominciato allora una cariera da insegnante girovago. Venivo chiamato a insegnare a ore, per pochi soldi, da università, accademie e scuole di ogni tipo. Ma non mi sono mai sentito un perseguitato, sono stato felice...". Così felice, che quando quelli di Lotta Continua volevano pagarlo si stupiva: "Come, per una cosa che mi rende felice?". Forse farebbe foto alle nuvole come Alfred Stieglitz, dice, o alle pozze d'acqua come Luigi Ghirri, "se mi impedissero di fotografare gli esseri umani", ma gli esseri umani ci sono, e quarant'anni dopo Tano è ancora lì che li insegue, a cercare "immagini capaci di raccogliere qualcosa di impalpabile, come una corda che tiene in piedi tutto".
Anche i più incredibili paradossi, quasi come in sogno, magari quella volta che a un congresso democristiano Aldo Moro lo chiama con un gesto lento della mano, poi poggia la fronte vicino alla sua e in un sospiro incuriosito domanda: "Ma che se ne fa lei, di tante foto?". E adesso? "Adesso, essendo io vecchio, rimango sempre molto molto male quando qualcuno mi racconta la vita successiva dei personaggi delle mie immagini".
Questa per esempio: "Durante un'occupazione di case feci una foto a un bambino bellissimo, che portava un'immensa bandiera rossa. Tanti anni dopo, i suoi genitori mi raccontarono che questo bambino era diventato un piccolo campione di nuoto, ma che un giorno, di colpo, il suo cuore si ruppe. Forse, penso, se non avesse dormito così tanto al freddo, non sarebbe andata così. Mi succede, invecchiando...". Bianco e nero, nero e bianco, sangue e nebbie e cielo. "In un'immagine di reportage usare il colore è come estrarre un linguaggio a sorte". O semplicemente, già tutto è nel bianco e nel nero. La cattiva - e persino la buona vita.

Fonte:
Wikipedia
www.arengario.it

mercoledì 4 maggio 2011

Gianni Ansaldi

Gianni Ansaldi (Genova, 1959) è un attore e fotografo italiano, fondatore del movimento artistico del Posativismo Dialettico e, insieme al pittore Gian Marco Crovetto, del "Popexpress".


Carriera

Nel 2000 pubblica con Giampiero Orselli "Le parole di Giampiero Orselli per le fotografie di Gianni Ansaldi", editore Liberodiscrivere.

Nel 2006 il volume di ritratti "Facce così", la Lontra editore.

Nel 2009 il volume "Volti e Risvolti", con le interviste di Giuliano Galletta, Sagep editore.

Sempre nel 2009 pubblica insieme a Patrizia Traverso "La Genova di Bacci Pagano" con i testi di Bruno Morchio, Il Melangolo editore.

Ha esposto, tra l'altro, a Genova, per la Provincia, a Milano nella galleria Blanchaert, a Genova nella Galleria San Lorenzo al Ducale, nella libreria Feltrinelli. Nel 2008 il Comune di Genova gli ha inaugurato una mostra di ritratti al Museo di Palazzo Rosso. Suoi ritratti sono stati pubblicati da importanti quotidiani (tra cui "Il Sole 24 ore") e utilizzati come copertine di libri.

Nel 2010 porta a Melboune la mostra "La Genova di Bacci Pagano" insieme alla fotografa co-autrice del libro Patrizia Traverso. La mostra era già stata esposta a Genova a Palazzo Rosso dal Novembre 2009.

Collabora come fotografo ritrattista con il quotidiano "Il Secolo XIX".

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Cristiano De André

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Uto Ughi